04/12/2018

Racconto dell'esperienza della Consigliera Anna Maria Cristiani in Africa



“Mio fratello è africano “è la scritta stampata sulla mia maglietta nuova. Me l’ha regalata Donata, la mia amica dottoressa che lavora da più di vent’anni in Africa con MEDICI CON L’AFRICA CUAMM. È con questa maglietta nella valigia, e con tanto desiderio nel cuore di andare in Africa, che domenica 4 novembre sono partita: destinazione Maputo, la capitale del Mozambico e più precisamente a LA CASA DO GAIATO

È sempre Donata l’artefice della mia felicita! Quando, dopo l’impossibilità, per motivi organizzativi di partire per l’Angola a lavorare in un ospedale come Ostetrica, lei mi propone di andare in un posto molto “speciale” a Maputo, accetto! Mi invia un pdf con la descrizione della Casa…non lo leggo, mi fido di lei, se è un posto veramente incredibile, non voglio anticipazioni, so solo che è una casa di accoglienza per bambini orfani o abbandonati. Non farò l’Ostetrica, ma comunque posso fare qualcosa di utile.

Donata mi suggerisce in anticipo di studiare un po’ di portoghese, dopo aver consultato Google decido che la forma più semplice è scaricare un'app che ti consente in ogni momento di studiare. Così con due valigie da 23kg l’una, piene di tutto quello che persone di buon cuore mi hanno dato, e un bagaglio a mano pieno di niente per me, parto per questa avventura che durerà solo 22 giorni.

All’aeroporto viene a prendermi una coppia di italo-mozambicani che Donata mi ha fatto conoscere in estate, molto gentilmente mi ospitano nella loro casa prima di accompagnarmi al Gaiato. Con loro inizio a entrare nella realtà mozambicana, conoscendo la struttura INFANTARIO PRIMEIRO DE MAIO, centro governativo di accoglienza temporanea di bambini orfani, abbandonati o sottratti alle famiglie per maltrattamenti.

Una bella doccia fredda assistere ad uno scenario al quale non siamo abituati, come potete anche leggere dai dati CUAMM del 2017:



Mi spiegano che in Mozambico, come in molti altri stati africani, i bambini sono in queste condizioni di abbandono perché la loro mamma muore al parto o per altre cause, e la famiglia non può farsene carico, o sono malati (sieropositivi per AIDS, tubercolosi, gravi handicap fisici o mentali), o a volte semplicemente non sono accettati dal nuovo compagno della madre (la poligamia è una realtà) e molto spesso i padri non si responsabilizzano nei confronti dei figli, o forse, questo è un mio pensiero , non si riconosce ai bambini, come succedeva nell’800 in Europa  definito  appunto “il secolo dei trovatelli ", la dignità di persone. Tutto questo nel mio cuore si tramuta in un'infinita tristezza e rabbia per essere assolutamente impotente di fronte a quello che vedo. É difficile anche fare delle foto, non siamo mica allo zoo, questi sono bambini, hanno una loro dignità, e noi non abbiamo diritto di violare la loro privacy.

Finalmente mercoledì parto per il Gaiato, nelle due ore di viaggio posso osservare come cambiano immediatamente le condizioni abitative e quotidiane dei mozambicani, dalla città alla periferia. E qui capisci che le immagini dal vero sono altro rispetto a quello che puoi aver visto in TV, ricordo che il Mozambico è uno dei paesi più poveri del mondo. 

Quando arriviamo al Gaiato un guardiano ci apre un cancello su di un viale lunghissimo di acacie fiorite. Sembra di arrivare in Paradiso. 

Da lontano non si vedono case, ma solo l’enorme tetto di una capanna. Quando arriviamo capisco che il tetto è quello di una chiesa, la chiesa più bella di tutte quelle che abbia mai visto, ed intorno ci sono tante case disposte in modo ordinato, e quindi l’ordine e la pace è quello che si comincia a respirare.

Mi accolgono tutti festosi e contenti del mio arrivo, prima di tutti MAE QUITERIA, una donna brasiliana che ha fondato nel 1967 la casa con PADRE JOSE MARIA, deceduto nel 2016. Intanto intorno a noi iniziano ad arrivare bambini e ragazzi, è ora di pranzo e si mangia sempre tutti insieme. Gli irmaos (fratelli) del Gaiato in questo momento sono 158. Ed è la prima delle numerose volte che vedrò questa donna dall’aspetto severo ed autoritario, essere dolce e disponibile. Si, perché lei è la madre bianca di tantissimi ragazzi neri.

Da questo momento entro a far parte di questa famiglia. Non sono l’unica volontaria al momento, ci sono anche due infermiere, un dentista, due informatici e un optometrista, oltre a una dottoressa e un’infermiera che vivono nella casa. Ma cosa posso fare? Mae Quiteria mi chiede se sono disposta ad affrontare un compito molto gravoso, ma molto necessario in quel momento: la riorganizzazione della cucina. Naturalmente accetto! Se questo può aiutare quei ragazzi, in questi giorni che resterò con loro mi impegnerò per raggiungere il risultato. Credo che quando si accetti di aiutare non importi la propria professione, ma la volontà di mettersi in gioco.

Nei giorni successivi capisco quanto sia impegnativo e complicato, perché la cucina è grande, ci sono sale di dispensa e celle frigorifere, ma ci sono i ragazzi ad aiutarmi.  Cerco di insegnare loro le regole dell’ordine e dell’igiene, come se fossimo nella mia cucina, loro in cambio mi insegnano a sorridere sempre, a cantare e a ballare; e come sempre succede, sento che loro stanno dando a me sicuramente più di quanto io dia a loro.

Così passano i giorni fra piatti e pentole, pulizia della cappa di aspirazione e sistemazione delle celle, riordino del refettorio e della stanza delle frutta. Nei momenti liberi aiuto i ragazzi più piccoli a fare le aiuole davanti alla loro casa, passo del tempo in SALA ARTE o a scuola (alla casa è annessa una scuola che riceve dall’ esterno 500 fra bambini e ragazzi), aiuto a scaricare un container che arriva dalla Spagna, passeggio fra la natura con Pilar, la dottoressa spagnola che mi racconta tutta la storia della casa, soprattutto le difficoltà nel tenere aperta una struttura così grande.

I giorni passano velocemente e arriva il momento di ripartire! A chi parte è riservato un momento particolare da parte dai ragazzi, l’ho visto fare per gli altri volontari che nel frattempo hanno lasciato la casa. Ai saluti e ai ringraziamenti ufficiali si aggiunge, per me, una cosa particolare: Mae Quiteria chiede ai ragazzi di alzarsi e dire cosa hanno imparato da tutto il mio lavoro. Si alzano, inaspettatamente, tanti ragazzi e perfino il cuoco e il responsabile adulto della cucina si aggiungono a loro, e uno alla volta dicono tante cose, tutte diverse che mi hanno visto dire o fare. A me non rimane che piangere, anche perché nello stesso momento mi stanno consegnando una capulana (indumento femminile tipico mozambicano), e mi spiegano che sono anch’io diventata un po’ la loro mamma.

Inutile dire quanto il rientro sia stato triste e quanto il mio pensiero vada sempre a quella domanda insistente dei ragazzi “Tia quando você voltar para a nossa casa?” (Zia quando ritorni nella nostra casa?), alla quale non ho potuto dare una risposta.

Concludendo credo che ne valga la pena, anche se difficile, per una volta nella vita lasciare questo nostro mondo ed andare a scoprirne altri.

 Alle giovani Ostetriche mi sento di suggerire che l’Africa non è solo assistere tanti parti, perché in Italia nascono sempre meno bambini, ma occuparsi e preoccuparsi del benessere delle donne e dei bambini, come è scritto nel nostro profilo professionale, un po’ come ho fatto io, che in Africa ho solo pulito una cucina.