02/10/2018

Sport, razzismo e sanità negli States



È di qualche giorno fa lo spot Nike che fatto tanto parlare di se e che è costato all'azienda un calo di quasi il 4% in Borsa, per poi risalire nei giorni seguenti grazie alle vendite online. Nella pubblicità in questione, Colin Kaepernick, noto giocatore di football americano che nel 2016 si inginocchiò durante l’inno nazionale prima delle partite per protesta contro l’oppressione delle minoranze negli Stati Uniti e contro la politica di Trump, e che da allora non ha più trovato una squadra della NFL che gli firmasse il contratto, ci dice "credi  in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto quanto". 


Assieme a Colin sono presenti altri 4 grandissimi sportivi: lo street skater migliore al mondo Nijah Huston, il linebacker Shaquem Griffin, primo ed unico giocatore NFL con una mano sola (nato con la sindrome della banda amniotica, a 4 anni gli venne amputata la mano sinistra a causa del forte dolore che sentiva alle dita iposviluppate), il campione di basket LeBron James e la regina del tennis Serena Williams

Proprio quest'ultima nel mese scorso ha vissuto sulla propria pelle deplorevoli atti di razzismo e sessismo nello sport: durante i French Open di agosto le è stato vietato di indossare una tuta nera aderente, che le serviva per ragioni mediche, per immotivate ragioni, in quanto nel 1985 un'altra tennista, Anna White, giocò Wimbledon con una tuta aderente dello stesso colore del suo cognome, senza destare alcuna critica; ad inizio settembre, durante gli US Open, è stata penalizzata di un game per essersi rivolta in malomodo all'arbitro, cosa che se fosse stata fatta da un tennista uomo non sarebbe sicuramente successa.

Ma torniamo ad agosto. La tuta nera di Serena era stata progettata per aderire al corpo dell'atleta con effetto antitrombotico, in quanto lo scorso anno ha avuto un'embolia polmonare in puerperio.

Proprio in merito a questo suo evento, Serena ha denunciato il fatto di non essere stata ascoltata durante il ricovero post-operatorio dopo taglio cesareo, e che nessuno l'abbia presa sul serio fino a che la situazione non è degenerata. Fortunatamente per l'atleta, l'equipe è poi riuscita ad intervenire e a salvarle la vita.

Ma in America non sempre è così. Difatti gli Stati Uniti hanno uno dei tassi più elevati di mortalità materna tra i cosiddetti paesi sviluppati, 18 morti materne ogni 100.000 nati vivi, in Italia 9 ogni 100.000.

Fin qui "nulla di strano": negli USA purtroppo non si può contare su un'assistenza sanitaria gratuita come da noi, bensì su assicurazioni sanitarie private, ed il ricorso al taglio cesareo si attesta su un 32%, ben più alto del raccomandato 10-15% dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Quello che più fa specie però, è che analizzando meglio i dati sulla mortalità materna statunitense si scopre che per le donne bianche il tasso è di 12,4 morti materne su 100.000, per le donne nere 40 su 100.000. 3 volte tanto.

Sicuramente le donne di colore sono maggiormente predisposte a certe patologie rispetto alle donne bianche, ma una buona parte di questa differenza è dovuta anche a motivi razziali. A causa del razzismo le donne afro-americane hanno grosse difficoltà socio-economiche, a partire dall'istruzione fino al lavoro, a causa del razzismo non vengono accolte ed ascoltate come una qualsiasi altra donna. Nemmeno se "valgono" 150 milioni di dollari come Serena Williams, e sono parte integrante della comunità, ormai da più di 400 anni.

E per le donne di colore in Italia, presenti da poco più di 30-40 anni, com'è la situazione?

Nel Rapporto ISTISAN 12/6, viene evidenziata una mortalità più elevata nelle donne straniere rispetto alle donne italiane, 12,9 vs. 11,7 (RR=1,1; IC=95% tra 0,6 e 1,9), ma non statisticamente significativo. Lo studio però sottolinea che l'analisi presentata riguarda dati grezzi che comprendono sia le donne di nazionalità straniera provenienti da Paesi economicamente avanzati sia quelle di Paesi in via di sviluppo. il Rapporto termina però dicendo: "Sebbene l’assistenza al percorso nascita tra le straniere sia complessivamente migliorata nel nostro Paese, permangono delle differenze e complessivamente gli indicatori di qualità dell’assistenza alla nascita tra le donne straniere sono leggermente peggiori se paragonati alle donne italiane".

È compito nostro far si che non ci siano più disparità nell'assistenza tra una donna e l'altra.