25/11/2023

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne - 25 novembre 2023



La violenza di genere sulle donne è un fenomeno complesso, dato dall’interazione di fattori individuali, di relazione,sociali, culturali ed ambientali.

L’indagine ISTAT del 2014 ha evidenziato che la gestazione stessa può portare il partner a diventare violento: in Italia, lapercentuale di donne che subiscono maltrattamenti per la prima volta durante la gravidanza si attesta intorno al 5,9%.

Tuttavia, questi dati costituiscono solo delle stime in quanto la reale prevalenza del fenomeno rimane sconosciuta a causasoprattutto della scarsa conoscenza dei professionisti sanitari circa le sue manifestazioni e segni e sintomi allertanti e laloro reticenza nel sottoporre di routine tutte le donne a test di screening Pertanto, i numeri si basano solo su ciò che viene riportato volontariamente dalle vittime, che, però, sono spesso riluttanti a denunciare la propria esperienza per paura di ritorsioni da parte del partner e timore che vengano coinvolti i servizi sociali.

Ad essere sottostimata è soprattutto l’incidenza dell’abuso emotivo, forma di violenza subdola che spesso non lascia tracce tangibili e, pertanto, difficilmente constatabile dall’esterno. Il professionista sanitario deve, quindi, condurre una più attenta osservazione della donna, dei suoi atteggiamenti e comportamenti, del suo benessere emotivo e delle dinamiche relazionali in cui è inserita, al fine di coglierne i segnali allertanti.

l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2002 e 2012) identifica tutte quelle condizioni attribuibili alla vittima oall’autore della violenza che costituiscono fattori di rischio per l’insorgenza della stessa. Le motivazioni che inducono il partner ad assumere comportamenti aggressivi ed ambivalenti nel periodo perinatale sono prevalentemente l’insicurezza circa la propria capacità di assumere nuove responsabilità genitoriali (Antoniou, 2020), la rabbia verso la gravidanza accidentale e la gelosia nei confronti del nascituro (Grier & Geraghty, 2015). Questo spiega il motivo per cuinel 30% dei casi la violenza comincia nel secondo o terzo trimestre, quando si palesano i cambiamenti fisici più evidenti e la gestazione viene riconosciuta anche a livello sociale. Nei mesi successivi al parto le donne sono più suscettibili di abuso in quanto sottoposte a maggiore stress per le modificazioni fisiche, relazioni intime e per la nuova sfidagenitoriale (Grier & Geraghty, 2015).

In letteratura diversi autori hanno individuato delle categorie di atteggiamenti e comportamenti, espressioni verbali, segnali relazionali, ambientali e fisici che fanno sospettare una violenza in atto denominandoli con l’espressione redflags traducibile come campanelli d’allarme.

L’individuazione di qualsiasi campanello di allarme nel corso dell’assistenza ostetrica soprattutto se effettuata al domicilio della donna dovrebbe indurre l’Ostetrica a sospettare una violenza in atto, ad approfondire le dinamiche relazionali tra la donna e il partner ed attivare la rete per tutelare la donna ed agganciarla ad un percorso di uscita dallaviolenza.

Essere vittima di violenza domestica in gravidanza può portare a complicanze ostetrico- ginecologiche, tra cui accesso tardivo alle cure o discontinuità delle stesse, aborto spontaneo o ricorrente, iperemesi gravidica, rottura prematura delle membrane, placenta previa, distacco di placenta ed emorragia ante-partum e post-partum, aumentato tasso di ospedalizzazione, tocofobia. Inoltre il trauma diretto è la principale causa di morte materna in gravidanza e di esiti avversi feto- neonatali.

Il processo di vittimizzazione in puerperio, invece, può compromettere le competenze genitoriali dando luogo a disturbi della relazione mamma-neonato, che esitano in attaccamento insicuro, scarsa interazione e sentimenti di avversione, astio, collera, nonché impulso di scuotere, colpire e soffocare il bambino. Inoltre, si associa con una più alta probabilità a depressione post-partum e sindrome da stress post-traumatico, comportamento suicidario e problemi di allattamento.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (2002) identifica il contributo dell’ostetrica nelle politiche di prevenzione riferibili alla violenza domestica. A livello di prevenzione primaria, verifica la presenza di fattori di rischio, comportamenti e stili di vita dannosi per la donna e il bambino e, attraverso l’educazione e l’alfabetizzazione sanitaria,contribuisce al rafforzamento delle loro risorse protettive. Per quanto concerne la prevenzione secondaria, invece, l’ostetrica ha la possibilità di intercettare segni e sintomi allertanti di violenza e possiede gli strumenti per creare rete con i servizi pubblici e del privato sociale, superando la frammentazione dei servizi e assicurando l’efficacia e lacontinuità della presa in carico. Infine, a livello di prevenzione terziaria, è coinvolta nei processi riabilitativi al fine di aiutare la famiglia a sviluppare un piano per ricostruire le proprie risorse difensive.

Considerando l’home visiting come uno strumento operativo per accompagnare e sostenere la genitorialità fragile attraverso la costruzione di una relazione di aiuto, è possibile supporre che l’assistenza domiciliare ostetrica possa agevolare la prevenzione e il riconoscimento della violenza domestica, riducendone le conseguenze dannose.L’ostetrica, infatti, in occasione della visita domiciliare ha l'opportunità di osservare le dinamiche relazionali nel luogoin cui si consumano, la

casa, e di cogliere red flags fisiche, comportamentali ed ambientali, espressione di una relazione maltrattante, che non sarebbe possibile riconoscere nel contesto clinico ospedaliero.

Diversi ricercatori hanno analizzato questa tematica indagando il ruolo delle visite domiciliari nella riduzione della prevalenza del fenomeno ed evidenziando come le donne che ricevono assistenza domiciliare subiscano meno violenze fisiche o abusi emotivi e facciano più affidamento alle risorse territoriali con esiti migliori di salute ed aumentodell’autostima.

 

Nel 2020 la Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Ostetrica (FNOPO) propose l’implementazione delmodello di “ostetrica di famiglia e di comunità” con la finalità di “promuovere la centralità del ruolo e della salute della donna nei sistemi familiari e sociali, con l’obiettivo di accrescere l’empowerment, la consapevolezza e il benessere di tutti gli individui, migliorando il welfare di comunità”.

La sostenibilità economica del sistema sanitario, le criticità emerse dalla transizione demografica, epidemiologica, sociale ed economica degli ultimi anni, oltre alla voluminosa casistica di donne vittime di violenza domestica e coercizione riproduttiva, rende stringente la necessità di proseguire l’iter legislativo del Disegno di legge n. 2076 presentato nel 2021 Istituzione della figura professionale dell'ostetrica di famiglia e di comunità” in cui è riconosciuto all’Ostetrica il ruolo di “condurre analisi finalizzate all’individuazione dei bisogni della popolazione femminile e dei fattori di rischio socio-sanitari. Accompagna la donna e la famiglia nel loro progetto di salute, digenitorialità e di vita, nell’ottica della prevenzione e dell’individuazione in fase precoce di malattie o situazioni di rischio sanitario e sociale”.

L’introduzione dell’Ostetrica di famiglia e di comunità risponde all’ esigenza di raggiungere tutte le famiglie per l’individuazione di eventuali situazioni di disagio intrafamiliare, superando le barriere socio-culturali che molto spessoprecludono l’accesso ai servizi pubblici ed ha la finalità di realizzare un sicuro presidio di assistenza continua in rete con idiversi professionisti e specialisti e con i servizi preposti per aiutare le donne ad uscire dallo stato di vittimizzazione.

 


Prot. 2444.2023 Prot. 2444.2023